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La Professoressa Anna Maria Ferrari Boccacci interviene sulle Agenzie Educative

Comincerò con una pillola di filosofia, ricordando che Aristotele sosteneva che ogni forma di governo può essere buona o cattiva: la monarchia è buona, ma se diventa dittatura, è cattiva; l’aristocrazia è buona, ma traligna nell’oligarchia; così la democrazia è buona, ma può diventare anch’essa cattiva demagogia.                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                        

Oggi, noi crediamo di vivere in democrazia, ma vi sono segnali che ci fanno temere qualche sconfinamento nella demagogia, ossia nell’influenza deleteria dei demagoghi, cioè dei cattivi maestri.

E qui diventa d’obbligo parlare delle cosiddette “agenzie educative”, che possono essere, appunto, positive, ma anche negative e, talora, involontariamente diseducative.

Quali sono le più importanti? La famiglia, la scuola, gli ambienti sportivi, gli oratori (dove ci sono ancora), i giornali, la TV, i social ecc.

Dopo la famiglia, che è l’agenzia educativa naturale, viene subito per importanza la scuola e su di essa mi soffermerei, se non altro perché è appena cominciato l’anno scolastico.

Nella scuola, come nella famiglia, molto dipende dagli operatori. Si dice, infatti, che un bravo insegnante, preparato, sensibile, intelligente, empatico, può risolvere molti problemi anche in una scuola “sgarrupata”, in cui gli ambienti sono poco salubri o poco funzionali, in cui la frequenza è costituita da alunni portatori di negatività di vario genere. Tuttavia, l’insegnante da solo non fa i miracoli. Ha bisogno della collaborazione della famiglia (v. colloqui e comunicazioni fiduciose e rispettose dei rispettivi ruoli), della dirigenza e anche delle altre agenzie educative presenti sul territorio.

Dunque, la scuola, che in teoria è per eccellenza la “buona maestra”, se non è adeguatamente strutturata, può non esserlo del tutto, diventando l’occasione di problemi più o meno gravi. Ad esempio: 1) presenza di modelli diseducativi sia tra gli allievi, sia tra gli insegnanti; 2) frustrazioni dovute a insuccessi non supportati con serena premura; 3) mancanza di qualunque contatto col mondo esterno, in un isolamento avulso dalla realtà ambientale. E così via.

Bisognerà allora avere il coraggio di combattere anche dall’interno questi rischi. E lo dovranno fare tutti, cominciando dal vertice, preoccupandosi soprattutto dei contenuti, che non dovranno essere “molti”, ma tali da stimolare il pensiero critico dei singoli, contro ogni forma di massificazione.

 E poi bisognerà preoccuparsi anche della forma. Senza tornare alle divise o ai grembiuli, si potrà auspicare buon gusto e decenza nel vestire come nel parlare, come nel fruire degli spazi e nel rispettare regole e consuetudini, facendo della scuola un embrione di società, aperta, partecipata, evoluta.

Se la scuola si orienterà su queste linee ideali, si potranno raccogliere i migliori frutti anche per la nostra società di domani, con cittadini preparati, capaci di una serena autodeterminazione, in una vera democrazia.

 

E, dopo questo predicozzo, lasciatemi un piccolo squarcio di poesia.

 

 

DAVANTI A UNA SCUOLA

 

E ancora mi soffermo

a guardar la vita che cresce:

nel bacio furtivo

di un padre maturo

al figliolo che scatta sulle strisce

davanti al cancello;

in quella piccina

bionda e rosa,

tutta uguale alla mamma

che l’accompagna;

nella nonna

che il nipote

lo circonda con le forti braccia,

come a difenderlo,

come a raccomandarlo a Dio.                                                                                             

 

E ancora il cuore mi sale

gonfio di tenerezza e di speranza.