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Morire di lavoro.

Nei giorni scorsi la morte dell’indiano Satnam Singh ha scosso un pò tutti noi. Non si tratta di un incidente sul lavoro, è stato ucciso per disumanità. Lavorare per campare la famiglia, nei campi, con il sole alto e per pochi spicci. Fare tante ore senza alcuna sicurezza, fino a perderci un arto. Morire perché nessuno ti accompagna in ospedale ma davanti casa, buttando il braccio, che una macchina agricola ti ha strappato, a terra. E’ morto due volte Satnam, ucciso dalla indifferenza e dalla freddezza disumanità, poi ucciso dal dolore. Un uomo, che voleva solo lavorare per consentire alla sua famiglia di avere cibo, un posto dove dormire. E’ questo il mondo che abbiamo contribuito a costruire? E che fine hanno fatto e faranno tutti i nostri buoni propositi sulla necessità di donare, di essere amorevoli, confortanti, accoglienti, gentili, altruisti?

Non possiamo demandare agli altri le buone pratiche di vita se non siamo noi stessi  a metterle in circolo.

Satnam è morto perché la nostra società è sorda, incapace di immedesimarsi in chi non ha nulla o poco, in chi seppur con dignità lancia un appello alla solidarietà.