Non è manifestare: è odiare.

Quello che è accaduto a Milano non può essere confuso con il diritto di protestare, né giustificato in nome del malcontento sociale. Lanciare sassi, danneggiare negozi, aggredire chi lavora e mettere a rischio l’incolumità dei cittadini e delle forze dell’ordine non è dissenso: è violenza. E quando la rabbia si traduce nella volontà di colpire, intimidire e distruggere, si supera il confine della protesta e si alimenta una cultura dell’odio.
Il disagio di chi fatica ad arrivare alla fine del mese è reale. Il caro carburante, gli stipendi insufficienti, l’aumento del costo della vita e le difficoltà di lavoratori, famiglie e autotrasportatori meritano ascolto, risposte concrete e politiche capaci di incidere sulla vita delle persone. Non si può chiedere a chi è in difficoltà di tacere, né ignorare le ragioni di chi scende in piazza per rivendicare diritti e condizioni di vita dignitose.
Ma proprio perché le ragioni di una protesta possono essere serie e condivisibili, non devono essere compromesse da comportamenti che ne tradiscono il significato.
Sono a favore di proteste forti, determinate, organizzate e incisive. Anche di forme di mobilitazione e di blocchi simbolici, purché pacifici e rispettosi della sicurezza e dei diritti altrui. La voce dei lavoratori deve poter arrivare alle istituzioni, così come deve essere possibile denunciare le ingiustizie e pretendere risposte. La protesta, però, perde la propria forza civile quando diventa prevaricazione, quando danneggia chi non ha responsabilità e quando trasforma una richiesta di giustizia in un’occasione di scontro.
Ci sono anche studenti universitari, giovani che si preparano a entrare nel mondo del lavoro, persone che studiano e lavorano insieme, famiglie che rinunciano a qualcosa ogni giorno per sostenere i propri figli. Le loro preoccupazioni meritano spazi di partecipazione autentici, strumenti di rappresentanza e interlocutori istituzionali disposti ad ascoltare. Non hanno bisogno di vedere la violenza normalizzata come unica forma possibile per essere ascoltati: hanno bisogno di capire che la partecipazione civile può essere ferma, coraggiosa e persino scomoda, senza diventare distruttiva.
È questa la responsabilità che riguarda tutti: istituzioni, organizzazioni, cittadini e mondo dell’educazione. Occorre affrontare le cause del malcontento, senza minimizzarle, ma anche affermare con chiarezza che nessuna rivendicazione autorizza a mettere in pericolo gli altri. La libertà di manifestare non può cancellare il diritto di chi vive, lavora e attraversa una città a farlo in sicurezza.
Da Presidente del Movimento Italiano per la Gentilezza, credo che la gentilezza non significhi debolezza, silenzio o rinuncia alla protesta. Significa assumersi la responsabilità delle proprie azioni, riconoscere la dignità dell’altro e scegliere di non trasformare il conflitto in sopraffazione. È possibile essere fermi senza essere violenti, indignati senza odiare, determinati senza distruggere.